Generazione algoritmo: dal banco di scuola al palco di Internazionale

Un laboratorio al Liceo Ariosto e un incontro pubblico al Dipartimento di Economia e Management, sostenuti da Fondazione di Ferrara nell'ambito del Festival Internazionale 2026 a Ferrara: così gli studenti di quattro classi di due istituti secondari di secondo grado hanno imparato a mettere alla prova l'intelligenza artificiale, e poi lo hanno raccontato dal palco.
«Il gatto salta sul...». Venerdì 2 ottobre, al Liceo Ariosto di Ferrara, il Prof. Lorenzo Redaelli lascia la frase a metà. Dai banchi arrivano le risposte: tetto, tavolo, letto. Nessuna è sbagliata, e il punto è proprio questo.
Un modello linguistico come ChatGPT o Gemini fa la stessa cosa, su scala enorme: calcola quale parola ha più probabilità di venire dopo. Non sa che cosa sia un gatto, né un tetto. Scrive molto bene, ma non capisce ciò che scrive.
Due giorni, un'idea
Da quella frase è partito «Generazione algoritmo», il percorso sostenuto da Fondazione di Ferrara nell'ambito di Internazionale a Ferrara. Venerdì, le tre ore del laboratorio che hanno avuto per oggetto l’intelligenza artificiale con studentesse e studenti del Liceo Ariosto e dell'Istituto Copernico-Carpeggiani. Sabato 3 ottobre, l'incontro pubblico al Dipartimento di Economia e Management dell'Università di Ferrara, dove alcuni degli stessi ragazzi sono intervenuti accanto ai relatori.
Il percorso si inserisce nell'impegno che Fondazione di Ferrara dedica da tempo all'educazione digitale delle nuove generazioni, un tema che le sta particolarmente a cuore. Ne è un esempio «Alleanza digitale», il progetto promosso dalla Fondazione e avviato nel 2024, che per il terzo anno consecutivo arriva nelle scuole come proposta formativa durante l’anno scolastico.
Plausibile non significa vero
Redaelli, docente e formatore, si è posto nei confronti del tema con un approccio dichiaratamente critico. Due le regole del laboratorio: sbagliare è utile, e sbaglia anche l'intelligenza artificiale, quindi va sempre verificata. Il motivo sta nel meccanismo: le parole diventano numeri, i token, e il modello calcola la sequenza più probabile. Il risultato suona convincente, ma plausibile non significa vero.
Da qui nascono le allucinazioni, risposte sicure nel tono e false nel contenuto: uno dei modelli interrogati ha spiegato con disinvoltura un teorema che non esiste. Senza dimenticare le interferenze dei bias, i pregiudizi ereditati dai dati di addestramento: alla richiesta di un racconto su uno scienziato premiato, in sei tentativi il protagonista è stato cinque volte un uomo, e quattro volte si chiamava Marco. Sempre al fine di decostruire i bias algoritmici, sono stati fatti osservare errori sistemici dei traduttori automatici che, nell'elaborare professioni da lingue prive di genere, traducono sistematicamente 'il dottore' al maschile e 'l'infermiera' al femminile, con ciò fornendo materiale didattico straordinario per analizzare i pregiudizi di genere e culturali cristallizzati nei dati di addestramento dell’intelligenza artificiale.
Divisi in dodici gruppi, i ragazzi hanno provato a far sbagliare la macchina con date precise, citazioni esatte e domande volutamente errate. Poi, distribuendosi i compiti, hanno realizzato prodotti multimediali per comunicare l'esito del lavoro.
Sabato, la parola agli studenti

Da sinistra Lorenzo Redaelli, Maria Ranieri e Alberto Puliafito a «Generazione algoritmo», nell'Aula Magna del Dipartimento di Economia e Management, sabato 3 ottobre.
Il giorno dopo, in Aula Magna, Alberto Puliafito, curatore della newsletter «Artificiale» sulla rivista Internazionale, ha aperto sull’allarmismo che riguarda l’uso incontrollato dell’IA. Per Puliafito la discussione pubblica - lecita e significativa - è spesso inquinata proprio da chi la pone: la stessa azienda che sviluppa questi strumenti lancia allarmi sull’uso dell’IA per poi rilasciarne modelli più potenti e performanti. La via d'uscita dunque non è l'ottimismo ingenuo né il catastrofismo, ma l'«appropriazione critica»: imparare a usare gli strumenti per farli propri comprendendone la logica di funzionamento.
Per Redaelli l'antidoto all'allarmismo è infatti spiegare come le macchine funzionano. A scuola l'obiettivo non è farsi fare il compito, ma farsi aiutare ad imparare: se uno strumento può sostituire lo studente, ha osservato, forse è sbagliato il compito.
Poi hanno preso la parola i ragazzi, attorno a quattro parole chiave: bias, allucinazioni, tokenizzazione e temperatura. Il bias, ha spiegato uno studente, è come giudicare più affidabile una persona elegante rispetto a una trasandata, senza alcuna prova. Il suo gruppo aveva chiesto a ChatGPT l'immagine di una persona che lavora in un cantiere: ne è uscito un uomo nero, uno stereotipo fra le tante rappresentazioni possibili. Uno studente che gioca a pallanuoto ha interrogato Gemini sulla regola del rigore e ha ricevuto una risposta sbagliata. Quella giusta è arrivata solo dopo aver caricato il regolamento ufficiale della Federazione Italiana Nuoto in Gemini Notebook, applicazione che risponde esclusivamente a partire dalle fonti scelte dall'utente. Altri hanno spiegato come le parole diventano numeri e che cos'è la temperatura, il parametro che regola quanto le risposte sono prevedibili o creative.
Una competenza per tutti i cittadini
Maria Ranieri, professoressa ordinaria all'Università di Firenze, ha letto gli interventi dei ragazzi alla luce del modello di alfabetizzazione all'intelligenza artificiale sviluppato dal suo gruppo di ricerca. Sapere come funziona l'IA, ha spiegato, non è una competenza riservata ai tecnici: serve a ogni cittadino per orientarsi e per capire che cosa si nasconde dietro gli scenari distopici di cui tanto si parla. Partendo dalla dimensione conoscitiva (che cos'è, come funziona) esplorata dagli studenti, la Prof.ssa Ranieri è poi passata, grazie agli spunti offerti dai loro lavori, a un'analisi critica dell’IA, allargando lo sguardo anche su questioni etiche.
Le domande e i rischi di cui si parla poco
Redaelli ha raccontato anche da dove viene il suo metodo. Dopo l'arrivo di ChatGPT, nel novembre 2022, ha capito che assegnare i compiti a casa come prima non era più sostenibile, soprattutto quelli svolti come testi in digitale. Invece di vietare lo strumento lo ha portato a scuola con un'esperienza di scrittura creativa partita da Io, robot di Asimov: i ragazzi hanno scritto testi propri con l'IA come mentore e suggeritore, descrivendo il processo in tutte le sue fasi. Il lavoro, presentato alla maturità, è stato valutato insieme a loro. Citando il pedagogista Paulo Freire, ha ricordato che l'alfabetizzazione è una questione di cittadinanza e di inclusione: chi resta escluso dalla tecnologia resta escluso da una forma di potere.
Puliafito ha indicato tre ambiti in cui vorrebbe una moratoria: le armi autonome, il riconoscimento facciale usato per il controllo sociale e le decisioni automatizzate sul destino delle persone, come l'accesso al credito, per il quale, ha ricordato, le banche usano questi sistemi già dal 2015. Sono temi quasi assenti dal dibattito pubblico, che preferisce discutere di compiti copiati.
Dal dibattito sono emerse diverse domande. Mente umana e macchina diventeranno indistinguibili? Nessuno può prevederlo, ma in campi come la musica distinguere è già difficile. Perché l'IA sembra arrivata all'improvviso? Perché se ne parla solo da quando è entrata in un prodotto di massa, anche se la tecnologia che la rende possibile risale al 2017. Un ultimo avvertimento: le macchine tendono ad adulare chi le usa e a dargli ragione, un difetto che gli addetti ai lavori chiamano sycophancy. Il rimedio è lo stesso del laboratorio: tenere acceso il cervello.
Un lavoro appena iniziato. Verso la cura del capitale semantico
Due giorni non bastano: questo è un lavoro appena iniziato. Ci auguriamo che i prossimi passi vadano oltre la consapevolezza d'uso. C'è il tema ecologico, perché l'intelligenza artificiale è una risorsa fortemente energivora. E c'è il tema cognitivo: che cosa cambia nello sviluppo di una mente adolescente sempre meno abituata alla ricerca diretta, alla scrittura a mano, alla memorizzazione.
È qui che si gioca la sfida più profonda. Il filosofo Luciano Floridi parla di «capitale semantico»: l'insieme di parole, concetti, memorie e narrazioni con cui diamo senso al mondo e a noi stessi. Non è una risorsa inesauribile: si impoverisce con la disinformazione, con la banalizzazione, con la proliferazione di testi sintetici prodotti a costo zero, e per questo va custodito, nutrito e trasmesso. In un tempo in cui le macchine scrivono testi impeccabili senza comprenderli, prendersi cura del capitale semantico diventa un compito educativo.
È in questa direzione che Fondazione di Ferrara intende proseguire: spronare i ragazzi ad ampliare il proprio vocabolario, a leggere, a cercare la parola giusta invece di accontentarsi di quella più probabile. Perché più parole si conoscono, più si è liberi di esprimere se stessi e le proprie emozioni, e meno si rischia di delegare all'algoritmo anche la fatica di dare senso alle cose.