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Fondazione della Comunità di Ferrara e Provincia Ente Filantropico

La Bellezza che Cura: a Ferrara arte, cinema e musica al servizio della salute della persona


Medi cinema

La bellezza come strumento di cura, la cultura come leva di benessere per l'intera comunità. Sono questi i temi al centro del convegno "Bellezza che cura", ospitato nella Sala dell’Arengo sabato 24 ottobre 2026, realizzato dall'Associazione Ferrara Film Corto, con il sostegno della Fondazione di Ferrara: una mattinata dedicata a cinematerapia, prescrizione sociale, integrazione delle arti nei percorsi di cura e inclusione lavorativa delle persone con disabilità attraverso il cinema d'autore.

Portando i saluti del Presidente e del Consiglio di Amministrazione, il Segretario Generale Marianna Pellegrini ha ricordato come per la Fondazione la salute non sia soltanto assenza di malattia, ma benessere globale, dignità e relazione. Una visione coerente con le priorità indicate nei documenti strategici dell'ente, che pongono il Welfare Inclusivo e la Cultura al centro dell'azione non come elementi accessori, ma come motori essenziali di benessere sociale.

"Come Fondazione di Ferrara crediamo fermamente che l'arte, la cultura e il cinema non siano semplici elementi accessori, ma importanti leve per il benessere della persona e il rafforzamento del welfare di comunità", ha dichiarato Marianna Pellegrini. "Abbiamo scelto di sostenere con convinzione l'appuntamento 'Bellezza che cura' perché ci permette di svolgere il nostro ruolo di promotori e attivatori di buone pratiche sul territorio. Mettere al centro la persona, favorire l'integrazione tra Terzo Settore e mondo delle istituzioni e promuovere l'uso dell’arte nelle sue varie forme nei percorsi di cura è il modo migliore per costruire una comunità più coesa e attenta alle vulnerabilità."

I lavori del convegno hanno esplorato un ampio ventaglio di tematiche legate al potere attivo della bellezza sulla fisiologia e sulla psiche umana. Tra i contributi teorici e scientifici emersi, un ruolo di primo piano è stato riservato al tema della prescrizione culturale o sociale, un modello promosso dall'Organizzazione Mondiale della Sanità e sempre più diffuso anche in Italia. Le prove sui benefici sono solide: il rapporto dell'OMS del 2019 ha documentato oltre 3.000 studi scientifici che dimostrano i benefici delle attività artistiche su salute mentale, fisica e sociale. Tale approccio riconosce come la fruizione dell'arte, la lettura, il cinema e la musica agiscano sui parametri neuroendocrini, riducendo i livelli di cortisolo e stimolando la produzione di endorfine.

Ampio spazio è stato dedicato alla delicatezza dei primi mille giorni di vita del bambino (di cui i primi 270 nel grembo materno) e alle applicazioni della cura sensoriale e della cosmetologia oncologica. Gli interventi hanno evidenziato come l'attenzione all'estetica adattiva e al contatto corporeo non costituisca un elemento accessorio, ma uno strumento capace di stimolare il sistema immunitario, restituire dignità e rafforzare la percezione di sé nelle persone che affrontano percorsi terapeutici complessi o condizioni di fragilità.

All'interno di questo ricchissimo panorama di riflessioni, la giornata ha dato voce ad alcune concrete esperienze emblematiche che traducono l'arte in azione terapeutica e sociale.

Tra queste, l'esperienza di MediCinema Italia, progetto che trae origine dalla virtuosa intuizione maturata nel 1996 al St Thomas' Hospital di Londra da Christine Hill, che vide le infermiere portare i pazienti all'aperto, nei loro letti, e immaginò per loro una vera sala cinematografica: la prima MediCinema è stata inaugurata proprio al St Thomas' nel 1999, per offrire momenti di sollievo e aggregazione ai pazienti e alle loro famiglie. Nel 2013 la realtà è stata introdotta e sviluppata in Italia con una precisa scelta di campo: superare la semplice dimensione ricreativa per fondare la cineterapia su rigidi protocolli di ricerca clinica e su un solido modello biopsicosociale.

L'esperienza di MediCinema – ha spiegato Fulvia Salvi, fondatrice e Presidente di MediCinema Italia, oggi MediCinema Italia ETS - si basa sulla consapevolezza che l'arte non agisce in modo indistinto e che "non tutto fa bene a tutti". Per questa ragione, la somministrazione delle opere filmiche viene definita sulla base delle condizioni cliniche ed emotive dei pazienti, avvalendosi dell'assistenza costante di un team composto da medici, psicologi e operatori. L'elemento cardine della metodologia risiede nella realizzazione di vere e proprie sale cinematografiche integrate nelle strutture ospedaliere, come quelle già attive presso il Policlinico Gemelli di Roma e l'Ospedale Niguarda di Milano, oltre a postazioni dedicate all'interno degli Hospice. Si tratta di spazi tecnologicamente avanzati ma concepiti con un'architettura dell'accoglienza capace di ospitare anche pazienti allettati, trasformando un luogo clinico in un ambiente caldo di socializzazione. 

Negli anni, l'attività di ricerca ha documentato i benefici della cineterapia: la visione guidata e condivisa contribuisce a ridurre ansia e stress legati all'ospedalizzazione, migliora lo stato d'animo e attenua la percezione soggettiva del dolore, con un miglioramento tra il 20 e il 30% rilevato nel primo studio condotto su 240 pazienti del Gemelli. Nei reparti pediatrici, tale effetto consente in diversi casi di svolgere esami diagnostici complessi riducendo il ricorso alla sedazione farmacologica. La misurazione delle risposte emotive viene effettuata sia in termini di sollievo immediato e socializzazione, sia mediante specifici studi clinici approvati dai comitati etici per valutare parametri psicometrici su popolazioni omogenee di pazienti.

I protocolli applicativi sviluppati da MediCinema toccano ambiti clinici di grande complessità. In collaborazione con la Cineteca Italiana e il Dipartimento di Neuropsicologia del Niguarda, è stato strutturato un percorso rivolto agli anziani affetti da decadimento cognitivo e demenza. Non potendo sottoporre questi pazienti a proiezioni a lungo metraggio, sono state confezionate "pillole filmiche" d'archivio della durata di tre minuti e mezzo — attingendo a caroselli, pubblicità e immagini d'epoca degli anni '50 e '60 — in grado di riattivare i ricordi profondi, placare gli stati di agitazione spaziotemporale e offrire un concreto supporto emotivo anche ai caregiver e ai familiari.

Nel contesto oncologico, il progetto "Il tempo dell'attesa" svolto al Policlinico Gemelli ha coinvolto 34 donne in terapia oncologica, con risultati pubblicati sulla rivista scientifica Cancers; una decina di loro, dotate di videocamere portatili, ha documentato la propria quotidianità nel docufilm diretto da Rolando Ravello. Attraverso l'incontro periodico nella sala cinema ospedaliera, le pazienti hanno potuto elaborare i mutamenti del proprio corpo e la paura delle recidive, trasformando un momento di isolamento in una rete di amicizia e condivisione. L'esperienza di MediCinema dimostra come la continuità con la vita culturale esterna rappresenti una componente essenziale del processo di guarigione, un valore riconosciuto anche a livello ministeriale per la sua rilevanza sociale e sanitaria.

 

Tra le testimonianze più dirompenti del convegno, l'esperienza della Poti Pictures — presentata dal regista e fondatore Daniele Bonarini — ha offerto una radicale riconsiderazione del rapporto tra arte, lavoro e disabilità intellettiva o relazionale. La storia della Poti Pictures affonda le radici in un percorso iniziato oltre vent'anni fa ad Arezzo, nato quasi per gioco all'interno di un'associazione di volontariato con la realizzazione di cortometraggi amatoriali, per poi diventare nel 2015 la divisione cinematografica della cooperativa sociale "Il Cenacolo". Nel 2020 è nata la Poti Pictures Academy, la prima scuola di cinema al mondo dedicata a persone con disabilità, e dal 2024, con l'apertura dei Poti Pictures Studios, il progetto è diventato un vero e proprio polo cinematografico.

La filosofia della Poti Pictures muove da una dura critica nei confronti del protezionismo e dell'assistenzialismo esagerato che spesso caratterizzano i servizi sociali tradizionali. Bonarini ha evidenziato come alla persona con disabilità intellettiva venga di frequente negato il permesso di sbagliare, di scegliere autonomamente o di confrontarsi con sfide reali, riducendo ogni attività a una forma di "terapia". La Poti Pictures propone invece di cambiare il contesto anziché tentare di curare la persona: inserire gli attori su set ad altissima tecnologia — dotati di macchine da presa impiegate nelle grandi produzioni internazionali e troupe di decine di professionisti —, alzando al massimo l'asticella delle potenzialità individuali.

All'interno di questa vera e propria "casa di produzione sociale", le sceneggiature vengono scritte e modellate su misura per valorizzare le doti espressive degli attori, superando i loro limiti oggettivi. Attraverso percorsi formativi della durata di oltre un anno, i partecipanti acquisiscono consapevolezza di sé, disciplina lavorativa ed equilibrio emotivo, compiendo una reale transizione da assistito a imprenditore di se stesso. Il traguardo più significativo di questo processo è l'ottenimento della regolare contrattualizzazione lavorativa con busta paga professionale con la qualifica di attore, restituendo piena autodeterminazione e dignità sociale.

Le opere prodotte hanno così ottenuto oltre 150 riconoscimenti tra premi e selezioni ufficiali in festival nazionali e internazionali: il cortometraggio "Uonted!" è stato inserito nella preselezione ufficiale dei Nastri d'Argento 2020 e selezionato all'Aesthetica Short Film Festival, festival qualificante per i BAFTA. Tale risultato incarna appieno lo spirito dell'Articolo 30, comma 2, della Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, dimostrando come lo sviluppo del potenziale artistico e creativo debba rappresentare non soltanto un beneficio individuale, ma un arricchimento culturale per l'intera società.

 

Un ulteriore pilastro di questa riflessione sull'accessibilità dei linguaggi espressivi è stato offerto dalla testimonianza del Coro Manos Blancas dell'Associazione Nova Symphonia Patavina, raccontato con profonda partecipazione dalla direttrice Carolina Boncoddo. Il progetto affonda le sue radici storiche nella straordinaria intuizione di El Sistema, il modello di educazione musicale pubblica e riscatto sociale fondato a Caracas nel 1975 dal Maestro José Antonio Abreu e introdotto in Italia nel 2010 grazie all'impegno del Maestro Claudio Abbado. Furono poi Jhonny Gómez e Naybeth García, nel 1991 in Venezuela, a intuire come la pratica corale potesse abbattere anche le barriere della disabilità sensoriale e cognitiva, dando vita al format del Coro Manos Blancas.

A Padova, l'incontro tra Carolina Boncoddo e il direttore artistico Davide Fagherazzi ha permesso di piantare il seme di questa realtà. La cifra innovativa del Coro Manos Blancas risiede nel superamento dell'uso esclusivo della Lingua dei Segni (LIS), integrando la LIS con un articolato sistema di graficizzazione corporea e gestuale. In questo impianto artistico, il gesto fisico si fonde simultaneamente con la struttura musicale, trasformando il movimento del corpo in una vera e propria forma di canto visibile.

Il coro unisce in una sola performance integrata due sezioni perfettamente complementari: una sezione vocale composta da giovani cantori e una sezione gestuale formata da bambini e ragazzi con disabilità cognitive, sensoriali, autismo o fragilità sociali ed emotive. Indossando guanti bianchi, i giovani coristi della sezione gestuale traducono la musica in immagini visive, creando una relazione di totale interdipendenza artistica in cui ciascuna sezione è indispensabile all'altra. I guanti bianchi diventano così il simbolo universale di un linguaggio sensoriale capace di raggiungere tutte le frequenze dell'esistenza e di annullare qualsiasi distanza tra ragazzi con e senza disabilità.

Il progetto musicale rifiuta la logica della performance agonistica e della competizione, ponendo al centro il benessere globale dei partecipanti, la crescita personale e il piacere di stare insieme senza barriere o etichette. Il coro collabora attivamente con realtà del territorio come Casa Priscilla, accogliendo bambini e donne con storie di violenza o grave disagio sociale per i quali l'espressione gestuale e la voce rappresentano un delicato canale di rinascita e fiducia. La totale gratuità della partecipazione garantisce un accesso democratico alla pratica musicale, sostenuto da donazioni private e reti sociali di supporto. Durante i concerti accade così la magia più grande: genitori e pubblico non riescono più a distinguere chi tra i ragazzi sia portatore di una disabilità, a testimonianza di come l'esperienza artistica condivisa restituisca a ciascuno la propria dignità di essere umano, dotato di un nome, di una storia e di un talento unico.